Lettera dal Carcere al Dott. Tommaso Cerno, Direttore de “Il Tempo”

  ..di Davide Tutino – 12/03/2025

Riceviamo da Gianni Alemanno secondo le forme previste dall’Ordinamento e pubblichiamo.

 

Caro Direttore,
ci rivolgiamo a Lei come detenuti che si trovano oggi a fare i conti con un pianeta carcerario collassato. Siamo due persone molto diverse: una da sempre impegnata in politica che si è trovata improvvisamente catapultata in questo mondo e l’altra che, vivendo da molto tempo in questa condizione, in carcere è riuscita a laurearsi in Giurisprudenza e oggi lavora per assistere gli altri detenuti nella difesa dei diritti. Ci accomuna lo stupore e l’indignazione per una situazione carceraria insostenibile, contraria ai dettati costituzionali, che non viene neppure percepita nel dibattito pubblico italiano. L’inizio dell’Anno giubilare e i ripetuti appelli di Papa Francesco per un atto di clemenza finalizzato almeno a ridurre il sovraffollamento carcerario, avevano aperto una speranza tra i detenuti e i loro familiari, ma quegli appelli sono fin troppo rapidamente caduti nel vuoto. La politica, stando in silenzio su quello che avviene in carcere, dimentica che la nostra Costituzione è stata scritta anche da chi per le proprie idee politiche ha vissuto le sofferenze della detenzione e, forse anche per questa consapevolezza, recita all’art. 27 “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Attualmente il populismo penale che condiziona ampie fasce di opinione pubblica ha come motto “Buttiamo via la chiave”, l’indifferenza politica raccoglie questo invito con l’altro detto “Chiudiamoli in cella e dimentichiamoci di loro” con Palibi della costruzione di nuovi carceri che in realtà richiedono almeno vent’anni di lavoro. In realtà si confonde la necessità di tutelare la sicurezza del cittadino con l’inasprimento della condizione carceraria, non volendo comprendere che si tratta di due situazioni del tutto opposte: chi sta nel carcere è già stato colpito e messo in condizione di non nuocere, mentre coloro che minacciano la sicurezza pubblica sono delinquenti in libertà non raggiunti dall’azione penale, spesso perché tutelati dalle lobby del permissivismo progressista. Semmai il problema dovrebbe essere quello di evitare la recidiva, ma un carcere sovraffollato e inumano è esattamente lo strumento migliore per impedire la riabilitazione del detenuto e spingerlo a delinquere ancora. Se la politica tende a tutelare l’ordine pubblico approvando norme sempre più severe, senza creare dei contrappesi nella gestione delle carceri, il risultato è questo collasso del sistema penitenziario. In più, negli ultimi anni si è assistito ad una deformazione del concetto di “certezza della pena”, che non significa che la pena debba essere tutta scontata in carcere. Infatti nell’art. 27 della Costituzione si parla di pene” al plurale, indicando chiaramente la strada delle pene alternative al carcere.

Noi diciamo che bisogna vederle le nostre patrie galere, bisogna esserci stati, per rendersene conto, visto che tutte le strutture penitenziarie italiane sono collassate con tassi di sovraffollamento dal 150% al 200%, senza considerare che le persone detenute crescono circa 5 volte di più rispetto alla crescita dei posti in carcere. Non solo: il carcere non può essere la discarica società, ospitando persone con problemi psichiatrici o affette da dipendenze varie, perché il carcere non cura le dipendenze, che sono patologie croniche recidivanti, e tanto meno le malattie psichiatriche, per non parlare dell’abuso di psicofarmaci per sedare i detenuti. Ma più in generale il diritto alla salute non viene tutelato: assistiamo continuamente a mancate cure anche di patologie gravi per mancanza di scorte di agenti che possano accompagnare le persone detenute in ospedale. Ultimamente si assiste a un incremento di persone ultrasettantenni detenute nelle patrie galere. Che riabilitazione può esserci su queste persone così anziane? La morte per vecchiaia di una persona detenuta rappresenta una grave sconfitta per uno Stato di diritto e infatti la sentenza 56/2021 della Corte costituzionale ha stabilito che i condannati che hanno più di settant’anni, se non recidivi, devono beneficiare della detenzione domiciliare. Invece nel nostro reparto ci sono nonnetti di quasi 90 anni.

Per quanto riguarda l’abuso della carcerazione preventiva, basta citare il dato delle 1.180 domande di risarcimento per ingiusta detenzione per un totale di quasi 27,4 milioni di euro pagati dallo Stato italiano. Sono queste le cifre salienti ed i numeri della cosiddetta “stagnazione in carcere”, del default del diritto, dell’assenza di umanità, dell’ipocrisia di chi critica le carceri iraniane ma ignora la condizione carceraria italiana. Quando si parla di decongestionare le carceri si pensa subito a provvedimenti emergenziali come l’indulto e l’amnistia, che sono ovviamente la via maestra per ridurre in modo significativo la popolazione carceraria. Ma anche provvedimenti meno drastici potrebbero dare un forte contributo in questo senso, a patto però che vengano realmente applicati dalla Magistratura di sorveglianza. C’è un intero cimitero di leggi e di sentenze della Corte costituzionale che, per un’incomprensibile severità dei giudici di sorveglianza, non vengono applicate. L’ultima di queste norme non applicate dai giudici è la legge dell’8 Agosto 2024, n. 112, varata su iniziativa del Ministro Nordio, che ha introdotto il “fine pena virtuale” per consentire più rapidamente l’accesso agli istituti giuridici che riducono la permanenza in carcere. Stesso discorso per il limitatissimo accesso alla detenzione domiciliare, nonostante la spesa di diversi milioni di euro per acquistare i cosiddetti “braccialetti elettronici” che rimangono in larga parte inutilizzati. Ugualmente ignorata dalla Magistratura di Sorveglianza rimane la sentenza della Corte costituzionale n. 253/19, che ha ammesso al beneficio del permesso premio coloro che mantengono un comportamento carcerario virtuoso a prescindere dalla collaborazione nelle
vicende giudiziarie. Oppure le varie sentenze della Cassazione, che prevedono la “scindibilità dei cumuli” per evitare che persone detenute anche per un solo anno al “carcere ostativo” vengano assoggettati al regime speciale carcerario per tutta la durata della pena. Ed ancora vi è la questione dei vari rigetti delle richieste ex art. 35 ter dell’Ordinamento Penitenziario per l’applicazione dello sconto del 10% di pena previsto dall’art. 3 della Corte di Giustizia europea come risarcimento di condizioni di detenzione contrarie al senso di umanità. Il ragionamento elementare da fare è questo: se i vari dati ministeriali ci dicono che in tutti gli istituti di pena vi è un sovraffollamento dal 150% al 200%, con uno spazio per ogni singolo detenuto nelle celle inferiore agli standard previsti dall’Ordinamento, come mai nella maggior parte dei casi il Magistrato di sorveglianza non concede il dovuto? Recepire le sentenze della Consulta e applicare queste norme permetterebbe di iniziare a decongestionare le carceri con un risparmio enorme. In più si potrebbe pensare a nuove riforme che estendano la possibilità di usufruire degli affidamenti in prova, oppure che aumentino gli sconti di pena per la buona condotta o che facilitino l’accesso a “permessi trattamentali”. Ma queste riforme devono poi essere recepite e valorizzate dai Tribunali di sorveglianza, a differenza di quello che già oggi accade. Ecco perché quello che noi chiediamo al Ministro della Giustizia e a tutte le forze politiche è l’apertura di un Tavolo di lavoro per ridurre il sovraffollamento carcerario e l’insostenibilità della condizione dei detenuti.

Un Tavolo che coinvolga tutti i possibili attori di una riforma che non si limiti a rimanere sulla carta: non solo il mondo politico, ma anche la Polizia Penitenziaria, l’associazionismo sociale che opera nelle carceri e le rappresentanze della Magistratura e dell’Avvocatura italiana. Un organismo che promuova delle ispezioni all’interno delle carceri per verificare direttamente la situazione che noi stiamo qui denunciando. Una simile mobilitazione di professionalità e competenze non può ne trovare una strada per riportare entro i principi dettati dalla Costituzione e il più elementare buon senso la situazione delle carceri italiane. Prima che l’Anno giubilare finisca, facciamo in modo che non cadano nel vuoto gli appelli di Papa Francesco che sono gli stessi di trent’anni fa di San Giovanni Paolo II.

Grazie per l’attenzione.
Gianni Alemanno e Fabio Falbo
Roma Rebibbia, 26 febbraio 2025

Professor Studente Davide Tutino
Sindacato FISI prov. Roma www.fisisindacato.it